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Ora di religione ora di religioni

 

I grandi cambiamenti di cultura e di mentalità avvenuti negli ultimi quindici anni, descritti nell’articolo precedente, pongono il problema dell’ora di religione in modo diverso al tempo in cui fu firmato il Concordato (17 febbraio 1984). Per questo è necessario rilanciare il dibattito. on il senno di oggi, e quindi facendo tesoro delle esperienze e dei dati relativi ai cambiamenti rilevati, si possono indicare alcuni punti di non ritorno. Eccoli (senza alcun ordine di importanza).
1. La cultura religiosa è un valore per tutte le persone in crescita. Non solo perché lo afferma il Concordato (che esplicitamente vi fa cenno), ma per un dato più originario: una persona (ogni persona) cresce attraverso il confronto con la cultura, che non è comprensibile se non ci possiedono le chiavi di lettura della cultura religiosa. Molte delle religioni esistenti - infatti - si fondano su un testo sacro, scritto con linguaggio umano perché tutti lo comprendano: non è questa cultura?
2. La cultura religiosa serve per capire il mondo contemporaneo. Basti pensare alla quantità di notizie relative alle religioni che i mass media quotidianamente veicolano nelle nostre case, piccole abitazioni di un enorme (e ogni giorno più vasto) "villaggio globale", secondo la felice espressione di M. McLuhan, con le quali ciascuna persona interagisce, sui piani delle idee e della coscienza.
3. La persona sente dentro di sé, e scopre crescendo, le domande di senso della vita. Se ogni uomo (e donna, ragazza e ragazzo) le coglie, per cui siamo tutti uguali, lungo il versante delle risposte ci si divide. Ciascuno, infatti, elabora una propria personale sintesi, capace di fornire un significato al vivere qui e ora. Ovviamente, solo i credenti giungono a formulare una risposta di tipo religioso. Altri ne elaborano di diverse, costruendo sistemi di significato non religiosi.
4. Credenti o non credenti, poco importa, ogni persona deve operare un confronto con le religioni per capire e farsi capire. Anche se la propria sintesi è costruita fuori del recinto di una religione, prima di giudicare e prendere posizione, è indispensabile capire. La scuola si gioca proprio in questo spazio della comprensione: crea infatti le condizioni affinché le persone in crescita trovino gli elementi indispensabili per capire il mondo tutto in modo libero.
5. Anche in un momento di radicale chiusura su se stessi e di indifferenza profonda, la scuola non può giocare il suo ruolo educativo e formativo se non ri-mettendo in gioco prospettive di senso, ritornando a dare spazio e fiato all’etica: non penso assolutamente - onde evitare fraintendimenti - sia suo compito formulare proposte di fede. Rilanciare ponti tra i giovani smarriti e i sistemi capaci di edificare senso, significati e valori: queste le sue responsabilità.
6. Per capire le culture religiose è fondamentale il rapporto diretto con i Grandi Codici: le Bibbie (ebraica e cristiana), il Corano, la Bhagavadgita, ecc.
7. Superata al concezione neutralista ottocentesca, è arrivato il momento dell’approdo a un’idea positiva di laicità. La scuola è tale se non ignora le questioni: il coraggio di guardarle in volto, chiamandole per nome, è la cifra della nuova laicità. Al silenzio del secolo scorso deve seguire il coraggio del confronto e del dialogo.

Ipotesi di soluzione

Se questi sono i punti di non ritorno, quali le ipotesi in gioco attualmente? Prima di richiamarle, una precisazione di metodo. Questo è il tempo nel quale impostare la questione in modo concreto, per edificare poi una soluzione soddisfacente, a servizio dei giovani e dei ragazzi che si apprestano a divenire cittadini del mondo. Le ipotesi.
La prima è l’istituzione di un corso di Storia delle religioni obbligatorio per tutti gli allievi. Come aiutare gli studenti e i ragazzi e i ragazzi ad "entrare dentro" le religioni senza ferire la loro coscienza? Una possibile soluzione: individuare un’idea centrale, generativa, a partire dalla quale relazionarsi alla vita? Per esempio il tema della morte per la religione egizia, il Dio unico per l’ebraismo, ecc.
La seconda ipotesi ruota intorno al lavoro diretto sui Grandi Codici, e quindi alla lettura e comprensione di alcuni brani, conoscendo così le grandi religioni. Con un percorso metodologico corretto, perché transita nelle singole prospettive religiose per mezzo dello strumento culturale.
La terza ipotesi prevede uno spazio scolastico da dedicare alla riflessione sui valori, le cui origini sono spesso di tipo religioso. Il problema è costituito dalla esiguità dello spazio riservato alle religioni: poca cosa per aiutare le giovani generazioni a cogliere la loro presenza nel mondo contemporaneo. E’ comunque una prospettiva da studiare e approfondire perché mette in primo piano i valori, che sono una delle questioni più sentite oggi.
Queste tre ipotesi si scontrano con un duplice problema: chi prepara i docenti e come fare i conti con il concordato che - non dimentichiamolo - è legge dello Stato. Il confronto è aperto.
Altra possibilità, la quarta ipotesi, è l’istituzione - sul modello della Scuola Europea, di cui esiste un esempio italiano a Varese - di una serie di corsi paralleli legati alle singole confessioni religiose, riservando a chi non si riconosce in nessuna di esse una opzione per una morale laica o la cultura religiosa gestita dallo Stato. In questo modo si eviterebbe il conflitto con le norme condordatarie e il vuoto educativo dell’"ora del nulla". Ovviamente ogni corso confessionale dovrebbe garantire un’apertura anche alle altre grandi religioni, per mettere gli studenti in grado di capire la complessità del mondo nel quale vivono.

Dialogo nella duplice fedeltà

In questo tempo, nel quale si sta parlando di revisione dei cicli scolastici, e quindi di riforma profonda della scuola (la prima organica, pur discutibile e discussa, dopo settantacinque anni) mi pare importante porre bene la questione, senza la fretta di elaborare subito una soluzione praticabile, che sarà comunque frutto di mediazione tra le forze politiche, che dovranno tener conto del dettato concordatario (che è legge - ancora giovane - dello Stato: ha solo quattordici anni) e dei grandi cambiamenti che ho richiamato nel primo articolo.
In questo contesto quale il compito dei cristiani? Essere sale della terra (cfr. Mc 9,50; Mt 5,13; Lc 14,34-35; Col 4,6), cioè iniezione di sapore che rende il cibo più buono e più appetibile. Discutendo liberamente, e suscitando dibattito, senza limiti alla creatività, se non per la duplice fedeltà alla scuola e alle religioni, per rendere più appetibile uno spazio curricolare, che faccia scoprire ai ragazzi la ricchezza di senso della vita, il suo essere un’avventura memorabile, unica. Ipotizzare soluzioni troppo statiche all’inizio del dibattito serve solo a tranciarlo, nullificando premesse e possibili novità che per ora appaiono solo all’orizzonte. Lasciamole avvicinare e cerchiamo di capirle. La politica ha i suoi tempi, ma anche il dialogo esige i suoi.

Sergio De Carli

("Rocca", 1 maggio 1998, pp. 36-37)

 


Materiale tratto dall'archivio del sito Abramo-ANIR dell'Associazione Nazionale Insegnanti di Religione.

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